La possibilità di pensare le immagini è direttamente legata
alla scoperta che esse non sono assenza di linguaggio verbale.
Non è vero che io faccio le immagini come i gesti del sordomuto
perché non posso e non riesco a parlare, ma perché preferisco
e scelgo di non parlare, di non movimentare la lingua, la bocca, la gola
per emettere suoni con i quali, per convenzione, mi comprendo con gli altri.
Allora la creazione di immagini è una ribellione al linguaggio
parlato, una ribellione al rapporto con gli altri per la ricerca del benessere,
ribellione che costa, come è noto, più che la solitudine,
il rischio di non essere compresi, di rimanere con il dubbio e l'angoscia
di una castrazione, di una impotenza, di una follia.
Quella vigliaccheria dei nostri grandi di far finta di abolire il linguaggio
per esprimersi con le immagini che riproducono la realtà circostante,
ci racconta tutta l'angoscia che accompagna qualsiasi persona voglia riprodurre,
rappresentare all'esterno di sé una fantasia propria.
Perché appunto forse possiamo dire ed evidenziare che i passaggi
sono sostanzialmente due: il passaggio dal linguaggio articolato alle immagini
come rappresentazione della realtà esterna, cosa che si può
verbalizzare come far finta di non parlare, e la rappresentazione di immagini
interiori all'esterno di sé che significa veramente rinuncia per
sempre al linguaggio parlato.
Possibile, come ci dimostra l'arte dell'ultimo secolo, in quanto si fa
strada un pensiero, un'idea, che questa rappresentazione all'esterno di
sé di immagini interiori non è assenza di linguaggio; ovvero,
in altre parole, non è perché uno non può parlare,
ma perché appunto, più che non poter parlare, realizza questa
strana cosa che è tagliarsi la gola e preferire il silenzio. Silenzio
che privilegia le mani per dire e raccontare del proprio rapporto con la
realtà presente e passata.
Privilegia, diremmo estensivamente, il movimento del corpo che l'artista
intuisce che va perduto nel momento in cui comincia ad articolare le parole,
e così ci si pone di fronte un'immagine di rifiuto del linguaggio
parlato che è cosa assolutamente diversa dalla perdita o assenza
di linguaggio parlato.
E' soltanto il rifiuto che permette quella regressione che conduce al
passato, a ciò che è accaduto, che accadde in tempi assolutamente
dimenticati e noi non sappiamo neppure cos'è questo rifiuto, forse
è un'immagine di silenzio, forse è un primo mostro, una prima
immagine mostruosa, per la quale un essere umano adulto intelligente e geniale
non ha più la caratteristica peculiare della realtà umana,
non ha più, per esprimersi, quel suono articolato che distingue la
bocca animale da quella umana.
Allora dobbiamo recuperare quello che è andato perduto quando
abbiamo cominciato a parlare e a camminare, per cui parlando camminiamo
male, non avendo più qualcosa che stava prima della realizzazione
della potenza del corpo che si muove da solo senza bisogno del bastone o
della mano di un altro.
E questo qualcosa non può essere altro che quello che nominiamo
immagine interna.
Il silenzio che accompagna i nostri sogni ci fa recuperare i colori,
le forme e le figure di quello che abbiamo visto, udito, pensato; ma non
ci fa muovere il corpo che giace inerte, condizione indispensabile perché
emergano le immagini nella mente. Quando il corpo si muove, alla veglia,
rimane di esse soltanto un vago ricordo.
Non riesce mai o quasi mai questa fusione tra immagine interna e realtà
materiale del corpo; succede evidentemente qualcosa quando dobbiamo sorreggerci
da soli sulle nostre gambe, per cui muoversi diventa un fatto fisico necessario
di forze convergenti e divergenti che fanno un'architettura senza anima.
Allora l'artista deve, vuole recuperare questa anima che se ne è
andata e che è una immagine o certamente sono molte immagini come
quelle che si riescono a configurare quando si rappresenta la deambulazione
umana nei suoi vari movimenti. Una pellicola cinematografica in cui l'accostamento
dei singoli numerosi fotogrammi statici determina la visione di un movimento
che di fatto non esiste.
Gli artisti hanno sfidato la scissione poiché dipingono e scolpiscono
allo stato di veglia con il movimento del corpo.
Le immagini diventano statiche, cioè morte, ogni volta che si
staccano dal corpo per diventare rappresentazione mentale o arte figurativa
esterna.
Poste su una tela o composte con il marmo, sono i singoli fotogrammi
di una pellicola cinematografica che sta nella mente, nel ricordo di singole
figure formatesi nel cervello per una percezione esterna.
Poi no, poi hanno fatto di più e hanno fatto man mano scomparire
la riconoscibilità della percezione esterna e compaiono le forme
di Matisse, i colli di Modigliani.
Poi, di più, non si tratta soltanto di deformare come fa un ubriaco
la figura esterna, ma si tratta di renderla irriconoscibile, si tratta di
distruggerla, di farla a pezzi, come fa Picasso nella misura in cui si accorge
che la riproduzione delle immagini esterne è una orrenda negazione
della percezione e della fantasia interiore.
Quella visione che fa il rapporto sano e normale con la realtà
è in verità una normalizzazione, un condizionamento che porta
a poter stare insieme agli altri senza urti, lacerazioni, scontri.
Per tutti amorevolmente un albero è un albero, e non si discute
e siamo tutti d'accordo, il mare è il mare e siamo tutti d'accordo
e, di nuovo, l'artista non può essere più d'accordo, perché
questo significa la morte della fantasia interna, per cui ci rappresenta
un albero mostruoso, irreale, non corrispondente alla realtà esterna.
Poi, ancor di più, ci rappresenta la realtà umana come
mostruosa, anormale, e non nel senso di rappresentare i mostri patologici,
del bambino a due teste o del vitello a due gambe, ma arriva a rappresentare
qualcosa di inesistente nella realtà e nella storia, inesistente,
cioè mai pensato e, più che pensato, immaginato dalla mente
degli uomini.
La rappresentazione della mostruosità esistente, del male, della
distruzione, sono sempre riproduzioni della realtà, quasi a pensare
che Guernica non sia un'opera d'arte perché rappresenta una realtà:
la frammentazione, la distruzione, la morte provocata da una violenza esterna.
Forse, appunto, nella frammentazione che Picasso ci rappresenta si può
riconoscere qualcosa di possibile, che uno squartatore faccia qualcosa che
possa essere riprodotto da un artista o da un fotografo: l'assurdo quadro
de Les demoiselles d'Avignon.
Potremmo così scoprire che la tendenza nell'arte della creazione
di qualche cosa che non è mai esistito - cosa che non si può
fare mediante forze applicate sulla materia che determinano la deformazione
di essa, cioè delle sue immagini naturali - è quella verso
l'assolutamente nuovo, cioè che non è riprodotto ma appunto
creato, con il dubbio, irrisolvibile, che si tratti di una trasformazione
assoluta, in cui il precedente non è più riconoscibile.
E ancora, la tendenza alla creazione di immagini assolutamente nuove,
la ricerca di una mostruosità impossibile nella realtà materiale,
ma possibile nella fantasia interna, quasi come creazione di qualcosa da
niente, dall'eliminazione del rapporto con il mondo come se uno non lo avesse
mai né visto né sentito e conosciuto, allora la creazione
delle immagini è assolutamente nuova ed originale.
La sfida dell'artista diventa sfida al pensiero verbale e al linguaggio
se si legge il confronto tra il pensiero verbale e il linguaggio che scoprono
le cose assolutamente nuove mediante definizioni di esse e la fantasia interna
dell'artista che scopre le cose avendo rifiutato il pensiero verbale e il
linguaggio, e corre il rischio di non scoprire nulla, ma di inventarsi dal
niente le immagini ponendo nella realtà cose che non ci sono mai
state, come fanno i pazzi.
Questo mostro potremmo dire che non ha più nulla di naturale e
di umano, ma che non avendo più figura, non avendo più forma,
non si capisce più che cosa possa rappresentare. Forse ci hanno provato
Cézanne e Van Gogh andando verso il colore puro, forse Chagall con
il suo cavallo rosso.
Al di là della figura, della forma e del colore, al di là
del colore, non sappiamo, non c'è nessuna altra possibilità
di comporre un qualche cosa che ci dica di qualche altra cosa che fosse
al di là della nascita.
La ricerca di elementi vitali e di poter raccontare elementi vitali;
e dobbiamo cercare ancora prima di perderci o di fermarci al di là
del colore; e quel nero, che viene definito come assenza di colore; e dobbiamo
cercare ancora fino al pensiero-ricordo che noi parliamo; allora dobbiamo
tentare di toccare quella strana e impalpabile cosa che può essere
di qualsiasi colore senza che con ciò la sua essenza cambi che è
la linea.
Detto ciò, la parola scatena immediatamente tutte le immagini
e i pensieri rubati a quell'altra forma d'arte non conosciuta e non definita
che è l'architettura e il costruire.
Un fare che riteniamo diverso dal fare di altre manifestazioni d'arte:
l'architettura è propria di detenuti che possono camminare soltanto
se raccolgono la palla che tiene la catena ai piedi.
Intendo dire che se un pittore e uno scultore possono estraniarsi dalla
natura e dall'umano, un architetto non può estraniarsi dalla natura
e dall'umano, e il costruire implica uno strano malsano o sublime amore
per la natura e per gli altri esseri umani.
Allora forse non possiamo imporre le immagini, i colori, le forme, le
figure, dobbiamo fare quel qualche cosa che innanzitutto sfida le leggi
di gravità nell'indispensabile andare verso l'alto di ogni forma
architettonica.
Noi concepiamo la linea, e in particolare la linea dell'arco, come elemento
strutturante e di sostegno, ed essa è semplicemente una immagine
che ha perduto se stessa, diremmo elemento astratto in assoluto, non materiale,
che deve, per essere, concretizzarsi in una pila di mattoni e in una colonna.
Elemento, in effetti, che non esiste nella misura in cui possiamo pensare
che proprio nel tatto si determina il contatto intimo, e la linea si crea
al di là delle apparenze che farebbero pensare ad una fusione, proprio
nel sentire dell'uno e dell'altro che fa una linea di demarcazione tra i
due.
E' quello che noi dobbiamo fare quando costruiamo un arco o una colonna;
nell'intimo contatto con la natura distinguiamo, definiamo la colonna e
la natura come due entità diverse, nell'identità della colonna
costruita dall'uomo che non potrà mai costruire un albero.
Un albero nasce dalla terra e si crea per sua forza vitale, non c'è
artista che possa farlo, e non ci interessa ovviamente la figura e la forma
della colonna, se dorica o squadrata in cemento armato, ci interessa la
demarcazione, ci interessa la definizione, i Verdi direbbero la violenza,
che si compie sulla natura, quando si pone in essa un manufatto.
E, nella definizione che noi compiamo ponendo la costruzione, è
come se dessimo un nome alle cose, è come se le cose non avessero
nome, allora diciamo che forse l'ambiente naturale non ha immagini.
L'immagine la facciamo noi quando tracciamo una linea di demarcazione
tra la parte destra e la parte sinistra, e l'immagine cominciamo a definirla
con una linea nel momento in cui rompe quella che dobbiamo pensare essere
invece una simbiosi tra gli elementi della natura stessa che evidentemente
non hanno confini tra l'uno e l'altro.
Due alberi dalle figure ben definite una accanto all'altra evidentemente,
a questo dire, non hanno definizione di immagine pur avendo nettezza di
figura manifesta.
Nella rappresentazione del pittore e dello scultore si può, tutti
possiamo dimenticare il rapporto con il mondo e con gli altri. L'architetto
non può e, nella misura in cui altera la figura naturale dell'ambiente,
siamo venuti a sapere che violenta la natura, perché impone una immagine
a cominciare dal tracciare le linee e dal distinguere un abete da una quercia.
L'architetto, quindi, per sua stessa natura, si ribella alla definizione
di arte come riproduzione delle cose naturali. Ha cessato di essere pittore
e scultore, non riproduce più copie di cose già esistenti.
Scopre, o forse è soltanto costretto ad ipotizzare, a pensare
ad una immagine interiore che deve poi riprodurre nella realtà esterna.
Non può rifare ciò che le leggi e il ritmo della natura
hanno già fatto, è obbligato a fare qualcosa che la natura
non può fare. La natura non può costruire muri e fare tetti.
E se vogliamo pensare che l'inizio dell'architettura è l'abitare,
dobbiamo ugualmente pensare che in quel momento si sia determinata una rivolta
contro i movimenti e i ritmi naturali che non erano più armonici
con la realtà umana.
L'uomo smise di fare come i leoni che si rifugiano in una grotta per
evitare la pioggia, e disse che ricevere addosso la pioggia non era più
naturale, e costruì un tetto, costruì le pareti della capanna
per non vedere più la natura circostante e separarsi da essa.
In questo modo poneva se stesso al centro del mondo, rifiutando per sempre
di essere un elemento qualsiasi della natura.
Si definì, possiamo dire, demarcandosi dall'ambiente circostante,
tracciando una linea di separazione tra sé e la natura e, forse per
questo, creando una propria immagine, disegnandosi in maniera netta nel
mondo, oppure, esattamente al contrario, ha fatto tutto questo perché
si era formato, differentemente dai vegetali e dagli animali, una immagine
interiore.
Fino a quel momento aveva disegnato bisonti e gazzelle sulle pareti della
grotta, aveva fatto l'arte di Michelangelo e di Raffaello, poi è
uscito e ha perso l'immagine e la figura e, nel costruire tetti e pareti,
ha usato come unica difesa dalla natura e per la definizione di se stesso
la costruzione, e nella costruzione aveva un unico elemento che era la linea,
che separava l'una dall'altra, definendole, le cose circostanti.
Usava la linea e noi non sappiamo se sapeva che così facendo rischiava
di disegnare una propria immagine; poteva disegnarla brutta, storta, piccola,
meschina e banale, quell'immagine di se stesso che aveva portato fuori dalla
caverna doveva essere ricostituita, ricomposta mediante la linea che dava
ad essa contorni definiti.
Nel vedere, distinguere e nominare l'abete dalla quercia, nell'andare
al di là della semplice percezione di verde o di un generico fogliame
o bosco, scriveva con la mente parole che poi avrebbero potuto essere pronunciate
con la bocca e con la lingua.
E non ci interessa sapere se, nella storia, il linguaggio articolato
è venuto dopo la possibilità di creare e riprodurre le immagini,
ci interessa pensare al legame tra il linguaggio articolato e le immagini
fatte nella mente e rappresentate all'esterno.
Ripetiamo: se pittura, scultura e musica possono essere senza che la
natura venga modificata, se possiamo pensare che l'immagine dipinta in un
quadro o scolpita nel marmo non modificano nessuna terra che viene scavata,
nessun albero che viene divelto, se possiamo pensare che il suono che fa
un musicista può essere respinto dall'eco delle montagne senza che
esse vengano modificate, così non è per l'architettura che
stampa il segno nell'ambiente in modo indelebile, come il marchio a fuoco
che si pone sui vitelli perché diventi memoria per tutti.
Le immagini tenute per sé, se raccontate dal pittore e dallo scultore,
sono immagini, dall'architetto, fatte materialmente e, in questa composizione
e realizzazione materiale, è come se permettesse agli altri di entrare
nell'immagine stessa che lui ha fabbricato.
Il pittore e lo scultore in verità respingono il desiderio degli
altri, come fa la parete di roccia che nell'eco rimanda la voce. L'architetto
che ha posseduto la natura imponendo, immettendo in essa una propria immagine,
è destinato poi a rassegnarsi ad essere posseduto dagli altri: la
casa verrà abitata, il ponte verrà percorso, la strada verrà
calpestata.
I suoi costrutti sono destinati ad essere usati, posseduti, rivolti al
benessere degli altri. Le opere degli artisti che non sono architetti sono
come donne che vengono comperate senza poter essere mai toccate, l'opera
dell'architetto è di tutti e per tutti.
Strano destino della fantasia dell'architetto che proprio nella misura
in cui pone nella natura qualcosa che la natura non ha e non potrà
mai avere, la cosa posta diventa come l'altro, simile all'altro, quasi indistinguibile
dall'altro stesso. Un'opera architettonica posta in un bosco fa parte del
bosco stesso, come a perdere la sua origine non naturale e diventare come
gli alberi che si formano da soli senza la mano degli uomini.
Nata come elemento definito al di fuori e forse contro la natura circostante,
la costruzione architettonica si pone dentro l'ambiente naturale, e in questa
realizzazione perde la sua caratteristica di elemento estraneo, disegnato
aprioristicamente, lontano dall'ambiente in cui va a collocarsi, per diventare
elemento comune agli altri elementi preesistenti e naturali.
Perde la definizione di linea, l'immagine precostituita immessa nell'ambiente
diventa reale e materiale, si fonde con l'ambiente circostante, facendo
pensare che è forse più facile trapiantare un albero e porlo
in un altro luogo che non spostare una casa in un luogo diverso da quello
in cui è stata costruita.
Dobbiamo pensare che l'architetto, creata l'immagine e fatta la costruzione,
sia impazzito nel pensare di aver potuto creare una cosa naturale che si
è mossa e si è formata in virtù di una propria forza
interna: ha fatto qualcosa e, nel dimenticarsi totalmente di averla fatta,
la rende appunto componente del mondo vitale, vegetale e animale; deve lasciarla
e abbandonarla, come una donna che va in un altro paese sposa ad un altro.
Abbandonare, dimenticare, ricreare. L'architetto non può, in effetti,
ricordare sempre la stessa storia o ripetere sempre la stessa immagine.
Le immagini create, le cose fatte vanno dimenticate con o senza neppure
la speranza di poterne creare di nuove.