L'uomo che pone all'esterno di sé qualche cosa di reale e materiale realizza il passaggio da un'idea, ovvero da una realtà interiore, ad una cosa ovvero ad una realtà materiale esterna.

In questo processo di materializzazione mediante cosa di un'idea o di un'immagine interna l'architetto obbedisce non soltanto ad un bisogno di utile, ma anche ad un'idea di bellezza.

Il rapporto che l'architetto compone in questo modo con l'esistente o più ampiamente con il mondo naturale configura una dinamica per la quale la proposta di aggiungere qualcosa di nuovo al già dato comprende una dimensione di trasformazione che, come è noto, fonde insieme la distruzione e l'eliminazione di qualche cosa nel porre nel mondo qualche altra cosa che prima non c'era.

Il conflitto possibile di una bellezza che distrugge il già dato che comprende in sé elementi di vita potrebbe condurre ad un mellifluo compromesso che nel rinunciare alla bellezza determina la propria morte per la salvezza dell'esistente.

Il coraggio delle immagini insinua il sospetto di una realtà umana fatta per la distruzione del mondo fuori di sé che porta ineluttabilmente alla propria distruzione e il non fare conduce ad un suicidio per evitare un essere per il suicidio.

Il deltaplano che ci salverebbe dal precipitare in una frammentazione di corpi sarebbe la ragione che ci regola e ci controlla nell'impedimento continuo allo sviluppo di una forza origine e fonte di morte.

Il dramma di non riuscire a vedere nel costruire il rinnovamento di qualcosa che va perduto, porta alla paura della bellezza insita nelle immagini perché essa avrebbe in sé la prepotenza dell'eliminazione degli altri.

Ma l'architettura non è pittura e scultura che prescindono dal rapporto con gli altri, le case sono costruite per gli esseri umani, le case sono costruite per gli animali viventi e per le piante del regno vegetale, allora la costrizione al rapporto col mondo e con gli altri ammorbidisce la violenza dell'immagine bella e la bellezza di una parete curva rende soltanto schiavi gli abitanti della casa, li costringe cioè ad adattarsi, a pagare il prezzo alla bellezza di un movimento scomodo.

La ragione dell'architetto viene spezzata nel suo voler conciliare cose forse inconciliabili tra la realizzazione di una identità di artista che immagina le cose da fare prescindendo dall'utile e l'artigiano che ha venduto il suo saper fare per poter sopravvivere e, se non si vende all'altro essere umano che vuole e compra le sue mani, diventa, al di là dell'architetto artista che disegna, quell'architetto artigiano che crea immagini soltanto e nel momento stesso in cui fa le cose.

L'architetto costruisce cioè, prima ancora di immaginare, nel rapporto materiale e diretto di se stesso con l'ambiente e con la natura, senza immaginare nella separazione di se stesso dagli altri e dalla natura come fa l'artista; egli compone il mattone nell'erba, la trave accanto all'albero e, nel comporre e armonizzare le cose e gli elementi che lui sceglie, fa sì che l'immagine derivi da quanto ha composto manualmente senza aver prima sognato la bellezza.

Proposta forse più che coraggiosa di impegnare l'essere nel fare l'architettura per rivendicare quella libertà che animali e piante che non costruiscono non hanno, libertà che ci racconta di un rischio continuo di fallimento e di sconfitta.

Noi non sappiamo se le mani cadranno perdendo energia ogni volta che ci accingiamo a fare una cosa, non aver stabilito prima un programma e non aver disegnato un disegno ci lascia sempre nel rischio di un'impotenza improvvisa, di un vuoto inaspettato, di una confusione inattesa.

Il coraggio delle immagini non è altro in fondo, forse, che la sfida nel proporsi senza nessuna esperienza e fondamento una certezza di una propria immagine che potrebbe, a rischio, anche non esserci o ai limiti morire poco dopo essere nata.