La proposizione per la quale un gruppo di architetti nel 1986 e negli anni seguenti hanno iniziato e movimentato una ricerca per cui si sono rivolti ad uno psichiatra nell'intento di ricevere stimoli per trovare immagini non comuni e usuali nella elaborazione della loro identità di costruttori di cose nuove, si è accompagnata ad una indagine sulle possibilità di rapporto tra inconscio e linguaggio, tema, il primo, ovviamente specifico dello psichiatra, il secondo dei linguisti.

L'apparente casualità per cui gli architetti si sono trovati tra queste due identità è forse da leggere non propriamente come inserimento occasionale, ma come elemento promotore, se non delle due ricerche, del rapporto tra esse. La ricerca delle immagini e non soltanto delle immagini dell'arte figurativa, ma particolarmente quelle dell'arte del costruire riguardanti l'intervento modificatore della realtà esterna proprio dell'opera degli architetti, ha cioè permesso l'accostamento e l'individuazione del legame tra realtà inconscia e linguaggio cosciente.

L'ipotesi di lavoro è che il linguaggio modificatore della realtà umana, proprio del lavoro dello psichiatra e della psicoterapia, abbia attinenza specifica con questo elemento forse particolarmente inconscio che è l'intervento attivo modificatore della realtà esterna.

In altri termini il linguaggio comune che non ha né intenzione né forza per modificare la realtà può essere connesso alle arti figurative, mentre il linguaggio che modifica l'inconscio e che trasforma può essere paragonato all'architettura.

Accade così che noi siamo obbligati a fare una ricerca su un linguaggio, quello appunto modificatore della realtà umana, che abbia nessi precisi o derivazioni ineludibili con le immagini, altrimenti il linguaggio modificatore sarebbe quello che si ha per esclusione o eliminazione delle immagini, non per trasformazione di esse.

Accade inoltre che sviluppando questa ricerca siamo obbligati a considerare ed evidenziare non semplicemente le immagini coscienti e le figure definite, ma anche le immagini che dobbiamo definire inconsce che si rappresentano nell'ideazione dell'architetto. Conseguentemente l'inconscio interviene nella realtà e, questo, è un pensiero completamente nuovo ed originale: non è stato mai ammesso infatti dal pensiero umano cosciente che l'inconscio possa intervenire e addirittura determinare quella attività che conduce alla sopravvivenza, prima nella costruzione che permette l'abitare, alla vita stessa poi, nel momento in cui l'arte del costruire non si riduca all'utile meccanico e razionale, ma comprenda anche le dimensioni di bellezza e piacere.

Queste considerazioni portano alla pretesa di cercare un'identità dell'architetto che non si limiti all'acquisizione di una tecnica per il benessere dei propri simili, ma aggiunga ad esso una proposizione trasformativa dell'esistente che si costituisce come elemento di frustrazione dell'inerte e spinta verso una maggiore realizzazione umana.

La formazione dell'architetto lo conduce quindi nel campo delle scienze umane nell'occuparsi, studiare e creare cose e non soltanto mezzi tecnici per la buona conduzione della vita vegetativa degli esseri umani.

La realizzazione dell'abitare comprende qualcosa che sconvolge il momento del quotidiano e dell'inerzia; il "coraggio delle immagini" dicemmo, si trasforma così, nel fare, in linguaggio delle immagini proposte nelle cose fatte, quando l'opera dell'architetto non risponde soltanto alla soddisfazione dei bisogni e volendo anche a quella delle esigenze della domanda, ma propone qualche cosa che spinge se non costringe la domanda ad una modificazione di se stessa, modificazione possibile nel momento in cui la risposta dell'architetto contiene in sé quella dose di amore per gli altri che non permette mai la recettività passiva del tecnico obbediente ai comandi di un altro essere umano.