LA SFIDA
di Massimo Fagioli
 
intervista a cura di Paola Malanga
dal catalogo della Restrospettiva dei film di Marco Bellocchio
Festival Internazionale del Cinema di Locarno, 1998.

Dopo "Enrico IV", Marco riprese i seminari e si mise a lavorare alla sceneggiatura di quello che doveva essere il remake di "Il diavolo in corpo" di Autant-Lara. E lí cominció tutta la storia, perché lui mi fece leggere la sceneggiatura e io a quel punto non rimasi in silenzio. Marco stava facendo una storiella sentimentale alla Peynet, di innamoramento infantile, mentre il rapporto uomo-donna, che costituiva il cardine non solo del film ma anche della ricerca che si stava facendo all'interno dei seminari, era ben altra cosa, era una realtá di incontro e scontro. L'amore non é "mi piaci, ti amo, andiamo mano nella mano a passeggiare nel parco"! Questo é un falso: la verità é nello scontro - per il ragazzo col padre analista e per lei con la suocera e il fidanzato ufficiale, piú gli scontri interni al loro rapporto - che poi implica la realizzazione di entrambi. Il rimaneggiamento della sceneggiatura non bastò: nell'85 Marco mi chiamó sul set e io intervenni direttamente, creando un mezzo scandalo tra le 'persone perbene', da cui é emerso un ribollire di furori per il rapporto di Marco con me. E' stato un fenomeno irrazionale, che non ho ancora messo a fuoco bene. Sarebbe da studiare, visto che Marco non é certo l'unico regista ad avere un rapporto stretto con il suo analista - basta pensare a Woody Allen. Ma su Allen nessuno dice niente, mentre il caso di Marco ha fatto emergere un ribollire di furori contro il rapporto che c'é tra noi [...] Credo che a dar fastidio sia stata la ricerca portata avanti da entrambi: per quel che mi riguarda, rifiuto tutta la psicoanalisi tradizionale e puó darsi che Marco sia rimasto coinvolto nell'ostilitá che circonda la mia presa di posizione professionale [...]

Dopo aver fatto insieme la correzione della sceneggiatura di "Diavolo in corpo", il problema principale riguardó il rapporto con l'attrice: a parte le difficoltá per trovarla, quando finalmente arrivó Marushka, Marco ebbe dei grossi problemi Ù a ottenere da lei la recitazione giusta per il film. Nel mio intervento, non ho preso in considerazione la recitazione: non l'avevo vista recitare prima e non ho mai saputo com'era. Ció che sapevo é che da lei doveva emergere un'identitá femminile fatta di vitalitá, bellezza, movimento, profonditá, intelligenza non razionale ma sensibile, che si gioca sul terreno degli intenti, delle risposte, del rapporto [...] Marushka non poteva rappresentare questo personaggio avvicinandolo in modo intellettuale, doveva far leva sulla sua capacitá di essere in un certo modo. Ed é difficile spiegare come sono intervenuto perché alle spalle c'é un lavoro di ricerca teorica enorme, che si interessa dell'irrazionale, della fantasia interna, delle immagini interiori. E secondo me tutto ció si trova piú nelle donne che negli uomini: sono le donne a saper mettere tra parentesi la ragione e a lasciar emergere l'irrazionale, cosa che riesce difficilissima anche agli uomini migliori.

In "Diavolo in corpo" e ne "La Condanna", al di lá dell'ufficialitá, tra me e Marco c'é stata anche una collaborazione latente, nel senso che io sono andato sia sul set che sulla moviola. In entrambi i casi il mio intervento ha riguardato in particolare il rapporto con l'attore, perché il risultato di un film dipende da come si gestisce il rapporto con l'attore. Si tratta di una sfida teorica molto interessante: l'artefice del film é l'attore o l'attore fa ció che vuole il regista? Io propendo per questa seconda ipotesi: per me l'attore deve rappresentare un'immagine, non la propria bravura, e l'immagine é del regista. L'identitá personale dell'attore, degna del massimo rispetto, riguarda la sua vita privata; quando si apre la scena esiste solo il personaggio e l'attore a quel punto deve solo rappresentare. Su questi temi ricordo che ci fu uno scontro notevole con gli attori della Condanna, perché io sostenni questa teoria a tavola, durante una pausa, e gli attori presenti presero le mie parole come un'offesa personale.

Il motivo profondo di "Diavolo in corpo" - una donna destinata a fare la signora ma che ha la capacitá di lasciarsi andare a un nuovo incontro - lo ritrova anche ne "La visione del sabba" e ne "La Condanna", ma con una diversa modulazione. Per quanto riguarda le figure maschili, direi che in questi film si dividono in figure 'vecchie' - uomini che, anche nell'accezione migliore di persone oneste, buone, giuste ecc. rimangono legati al modello del buon padre di famiglia, di origine greca per quel che riguarda il versante culturale e latina sul piano del diritto - e 'provocatori' - che a loro modo cercano l'irrazionale, e dunque compiono una ricerca per forza di cose legata al femminile; non possono esistere senza donne perché a differenza dei buoni padri di famiglia, che si sono strutturati proprio sulla negazione inconscia dell'irrazionalitá e cioé sulla follia, loro non hanno del tutto perso interior ¿mente la dimensione irrazionale. Dunque possono cercarla nelle donne e possono anche spingere le donne in cui questa dimensione si é assopita a uscire dalla rassegnazione inerte che le avvolge, magari dietro un'apparente felicitá data dalla riuscita sociale. Questi provocatori - come l'architetto de "La Condanna", personaggio solitario, cultore d'arte che vive nel suo Castello-Museo -, non sono folli, nè distruttivi nè egoisti; sono anche intelligenti - il liceale di "Diavolo in corpo", ad esempio, é bravissimo a scuola - ma sanno che quest'intelligenza non basta e che essere irrazionali non significa certo non rispettare le regole, buttare tutto all'aria ecc. come si credeva nel '68.

Marco a differenza di tanti autori che hanno esordito in modo straordinario negli anni Sessanta e poi si sono come bloccati, ha avuto il coraggio di rimettere tutto in gioco, di rimettere in crisi ogni volta quello che aveva fatto in precedenza, con una tensione alla ricerca e alla scoperta che é realmente viva e incessante. Questa é la sua grandezza, e sono convinto che la ragione profonda del nostro rapporto sia nel fatto che io lo provoco, lo sfido in continuazione. Sono un'analista che non consola, ma anzi mette in crisi i pazienti. Personalmente siamo molto amici, ma tra noi la sfida si gioca di continuo, e sul piano della rappresentazione.

La mia ricerca é centrata non sulla visione, non sulla memoria cosciente, ma sulle immagini interiori. Le immagini interiori non sono la riproduzione della realtá ma la creazione di immagini nuove legate alla realtá, e hanno a che vedere con l'onirico ma non coincidono con l'onirico. Il punto é che bisogna fare meglio a livello cosciente ciò che emerge nell'inconscio. Non basta rappresentare sullo schermo il sogno cosí com'é, come uno se lo ricorda la mattina: quella é descrizione materiale, non é fantasia. Fantasia é creare un'immagine inconscia non cosciente e non onirica, appunto un'immagine interiore. Poiché il cardine della mia ricerca é questo, il fatto che Marco sia capitato ai seminari e poi vi sia rimasto proponendo all'interno la sua personale ricerca, provocandomi con le sue immagini, ha aggiunto un elemento fondamentale a venticinque anni di analisi collettiva, ha contribuito a costruire un discorso concreto sulle immagini, perché un conto é parlarne in teoria, un conto é sperimentare nella pratica. Quando arrivó ai seminari, io ricordavo vagamente "I pugni in tasca", mentre ora l'ho studiato con attenzione. E lí il livello della rappresentazione era giá notevolissimo per la capacitá di Marco di costruire immagini al di lá della cronaca, della storia e della fotografia della realtá, pur partendo dalla realtá. Il segreto del cinema é inventare tenendo ben presente la differenza tra fantasia e fantasticheria, la creativitá vera é costruire immagini che devono pot ¿er essere anche se non sono [...] "Diavolo in corpo" é fantasia perché una donna di quel genere non si trova nel quotidiano, peró é possibile, non é un'idea astratta fuori dal mondo. Questa era la novitá propositiva del personaggio di Marushka, ed é questa la ricerca che accomuna Marco e me.

Per il suo contributo all'analisi collettiva Marco ha tutta la mia gratitudine, peró non si deve pensare che la sua presenza ai seminari non abbia creato anche qualche problema: come all'esterno lui é stato attaccato per il rapporto con me, cosí all'interno dei seminari la riuscita o meno di un suo film poteva mettere in crisi in alcuni pazienti la validitá del mio lavoro. "Marco é riconosciuto, allora i seminari funzionano", "Marco fallisce, allora i seminari sono da buttare" [...] E' stata una sfida doppia, delicata, difficile, impegnativa anche per me: non avevo alcuna intenzione di perdere Marco, non volevo lasciarmi sfuggire l'occasione di un approfodimento della mia ricerca e il lavoro analitico di tutti gli altri.

Dalla collaborazione vera e propria di "Diavolo in corpo" e de "La condanna", con "Il sogno della farfalla", che ho cominciato a scrivere nel '90, proprio durante "La condanna" (Massimo, dando le dimissioni dalla banalitá quotidiana, potrebbe essere il ragazzo che l'architetto é stato un tempo; il suo 'mutismo' non é autismo: é rifiuto della banalitá normale, é ció che tutti dovremmo aspirare a fare), si é passati a una situazione piú completa, piú organica, sempre di grande sfida. Ho scritto la sceneggiatura da solo, come per dire a Marco: "adesso vediamo cosa fai... ", e Marco ha raccolto la sfida. Dopodiché le nostre strade hanno preso direzioni diverse: "Il principe di Homburg" l'ho visto al cinema, come uno spettatore qualunque, e qualche tempo dopo, con l'aiuto non di Marco ma di Gianpaolo Conti ho cominciato a lavorare al mio film, "Il cielo della luna". Una sfida ulteriore.